Non chiudiamo gli occhi davanti alla verità

La paura di conoscere sé stessi e conoscere la verità è un tema espresso in Edipo re, scritto 2500 anni fa dal commediografo greco Sofocle. Sigmund Freud credeva che questa opera ci parlasse nel rudimentale ma costante linguaggio della psiche (l’anima) ‘la voce interiore che è pronta a percepire l’irresistibile potere del racconto come simbolo della nostra condizione’. A volte la vita ci presenta delle situazioni incredibili, inaudite, come vedremo nel racconto di Edipo re, e che ritroviamo anche ne Il processo di Franz Kafka. A volte sembra di essere in un labirinto inspiegabile e senza uscita. Ma la soluzione e la libertà non sono rappresentate dal non volere conoscere la verità, ma dal rivolgersi e affidarsi completamente a Krishna, Dio, la Persona Suprema.

La storia del re Edipo

Il personaggio principale del racconto, Edipo, venne trovato infante da un pastore sui pendii del monte Citerone. Le sue caviglie erano unite da una catena, così venne chiamato Edipo, che significa ‘piede gonfio’. Edipo venne adottato dal re Polibo e dalla regina Merope di Corinto e crebbe come un nobile principe.

Poiché Polibo non gli rivelò mai nulla delle sue vere origini, egli credeva di essere figlio ed erede del re. Un giorno a Edipo giunsero delle voci che dicevano che lui non era il vero figlio del re di Corinto. Il giovane era così fermamente devoto alla verità che perfino dopo che suo padre gli assicurò che lui era veramente suo figlio si recò dall’oracolo di Delfi per confutare i suoi dubbi. Ma invece di fare luce sul suo passato, l’oracolo predisse un terribile futuro per Edipo: egli avrebbe ucciso suo padre e preso sua madre come moglie. Per evitare la possibilità di commettere questi crimini, Edipo non tornò più a Corinto.

Un giorno durante il suo peregrinare incontrò un gruppo di persone. Uno di loro, un dignitario che viaggiava su un carro, lo colpì mentre stava camminando. Iniziò un combattimento. Edipo pensò che quegli uomini fossero dei briganti e uccise l’uomo che si trovava sul carro e tutto il suo seguito, eccetto uno di loro.

Continuò poi il suo vagare finché giunse a Tebe. Tebe era oppressa dalla Sfinge, un essere mostruoso con la testa e il petto di donna, il corpo di leone e le ali di uccello. Appollaiata su una pietra fuori dalla città, la Sfinge obbligava i viaggiatori che le si avvicinavano a rispondere al suo enigma: “Cos’è che ha quattro piedi il mattino, due a mezzogiorno e tre la sera?” Tutti coloro che non riuscivano a rispondere venivano uccisi. Quando Edipo rispose: “E’ l’uomo che cammina a carponi da bambino, cammina su due piedi da adulto e poi cammina con l’aiuto di un bastone da vecchio”, la Sfinge si tolse la vita.

Poiché il re della città, Laio, era stato ucciso durante un recente viaggio, i riconoscenti abitanti di Tebe fecero del principe Edipo il loro nuovo re. Edipo prese Jocasta, la moglie del re morto, come sua sposa e Jocasta diede a Edipo due figli e una figlia, Antigone. Successivamente una pestilenza colpì Tebe, distrusse tutte le piante commestibili e fece ammalare le mucche e le donne. Per scoprire la causa della pestilenza Edipo mandò suo cognato Creonte a Delfi per consultare l’oracolo. Creonte tornò con la sconcertante notizia che la pestilenza aveva colpito Tebe perché la città dava rifugio all’assassino del precedente re, Laio.

Edipo cominciò immediatamente un’investigazione minacciando di severa punizione chiunque fosse stato complice dell’assassino o stesse nascondendo la verità e maledisse l’assassino, ovunque egli fosse, a vivere una vita miserabile.

All’inizio sospettò di Creonte, perché egli avrebbe ereditato il trono di Tebe se Edipo non avesse sconfitto la Sfinge. Ma quando sentì il racconto di vari testimoni, Edipo scoprì che il re Laio era stato ucciso da uno sconosciuto a un’incrocio di strade.

Poi seppe che la regina Jocasta anni prima aveva avuto un figlio da Laio. Ma a causa di una profezia che diceva che quel figlio avrebbe ucciso suo padre, il re aveva abbandonato il nascituro sui pendii del monte Citerone. Sentendo questo, Jocasta implorò Edipo di terminare le sue ricerche. Quando egli si rifiutò di farlo ella si tolse la vita, anche se la ragione per la quale lo fece non fu ancora del tutto chiara a Edipo.

Infine l’unico sopravvissuto del gruppo di Laio testimoniò che era stato Edipo stesso a uccidere Laio, e che il figlio abbandonato sul monte Citerone era stato adottato del re Polibo. La disastrosa verità infine gli si rivelò: Edipo era l’assassino di suo padre ed era il marito incestuoso di sua madre.

Completamente disgustato di sé stesso, Edipo si cavò gli occhi e andò in esilio accompagnato da Antigone.

——–

All’inizio del ventesimo secolo, il nome di Edipo diventò famigliare per la teoria di Freud chiamata “il complesso di Edipo”. Freud da ragazzo era rimasto attratto sessualmente da sua madre ed era diventato geloso di suo padre e da ciò egli aveva assunto che la tragedia di Sofocle fosse un simbolo di un “fatto universale che accade durante la prima infanzia.”

Ma altri psicologi di fama, inclusi numerosi studenti di Freud, giustamente contestarono la teoria del ‘complesso di Edipo’. Perché i problemi personali di Freud con sua madre e suo padre dovevano essere generalizzati come un dato di fatto nella vita di ognuno?

In effetti, noi in quanto anime individuali, coltiviamo il segreto desiderio di usurpare il Supremo Padre. Questa inclinazione diventa evidente nella nostra attrazione a voler possedere e godere della prakiti (la natura materiale, di natura femminile). Poiché riceviamo i nostri corpi dalla natura, essa quindi è nostra madre. A causa di ideologie atee, noi cerchiamo di “uccidere” Dio.

La tragedia di Edipo deriva la sua forza psicologica da una verità nascosta che si trova in ognuno di noi: ovvero che in senso spirituale noi siamo colpevoli di (tentato) parricidio e incesto con nostra madre.

Ogni qualvolta un’anima tenta di comprendere questo fatto, maya (l’illusione) cerca di spingerla ancora nell’ignoranza dicendole che “va benissimo non sapere come sono le cose ed è follia essere saggi.” Questa è la paura della conoscenza spirituale, rappresentata da Jocasta che implora Edipo di terminare le sue indagini prima che l’atroce verità emerga. Il suo suicidio rappresenta la fine che la conoscenza spirituale impone alla felicità materiale in quanto per chi è attaccato alla felicità materiale la consapevolezza di non essere veramente colui che può godere della prakriti rovina ogni cosa.

Quello che rende il chiarore della conoscenza del sé così terribile per Edipo è che ha rivelato la prova della colpa di Edipo. Come penitenza egli rinuncia alla vista per vivere una vita di perenne oscurità.

Questo ci fa ricordare l’avvertimento della Isopanisad, mantra 9:

tato bhuya iva te tamo ya u vidyayam ratah

“Coloro che coltivano il falso sapere sprofonderanno nelle tenebre ancora più oscure (di coloro che sono nell’ignoranza perché si dedicano ad attività materiali).”

Srila Prabhupada spiega:

La Sri Isopanisad c’insegna a non tentare di vincere le leggi della natura senza l’aiuto di Dio… Per sfuggire alle mani crudeli della morte dobbiamo coltivare la conoscenza spirituale. Questo non significa che bisogna smettere di prendersi cura del corpo. Sarebbe tanto irragionevole per l’uomo trascurare i bisogni vitali quanto sarebbe assurdo cercare di far scendere la temperatura a zero gradi per curare una malattia. La conoscenza vedica non conduce a un senso di colpa e alla mortificazione.

Non è sufficiente sapere, come fece Edipo, che la nostra presente identità di marito di nostra madre (la natura materiale) è falsa. La conoscenza vedica rettifica questa falsa identità. Essa non può essere corretta menomando le facoltà sensoriali come fanno i rigidi e austeri yogi. Deve invece essere ristabilita la completa salute della nostra vera identità.

La conoscenza vedica impegna i sensi in modo positivo. L’impegno positivo dei sensi ristabilisce la salute spirituale, ripulisce l’identità da ogni traccia di peccato e di colpa e fa scaturire la soddisfazione spirituale che viene dal più profondo dell’anima. Questa attività viene chiamata mukunda-seva, “il servire con devozione Mukunda (Krishna che concede la liberazione ai Suoi devoti).”

Suhotra Swami (Tratto dal suo libro Transcendental personalism)

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