In sankirtan

A.C. Bhaktivedanta Swami dallo stampatore, a Delhi.

Egli è il modello originale per tutti quelli che escono a distribuire i libri, incontrano le anime condizionate e le avvicinano senza sapere se saranno maleducate, violente, fredde oppure favorevoli.

Mentre andava di porta in porta, il proprietario di una casa gli urlò dalla veranda del secondo piano: “Vai via! Non ti vogliamo qui!”

Portava con sé una pila di giornali e a volte andava alle botteghe del tè, si sedeva ai tavoli e gentilmente offriva loro il suo giornale.

Di solito non avevano tempo per lui – troppo occupati a pagare il conto dell’illusione, a sorseggiare il tè, abbagliati da Maya, di fretta, impegnati nel lavoro, disinteressati a Krishna e ai sadhu.

Guardavano casualmente ad A.C. Bhaktivedanta, e qualche volta prendevano una copia del suo insolito foglio, che portava titoli come “Le sofferenze dell’umanità.”

Prabhupada era gentile con loro come Prahlad era gentile con i suoi demoniaci compagni di scuola.

Li esortava: “Per favore accettate la coscienza di Krishna.”

Di solito rispondevano “Non abbiamo Tempo.” Nonostante le lunghe ore di rifiuto, camminando nelle frenetiche arterie di Delhi e facendo una pausa per cercare di fermare qualcuno tra la folla dei passanti, Abhay era sempre nel brahma bhuta, la felicità spirituale. Pregava il suo Guru Maharaj e sapeva di soddisfarlo. Provava la gioia suprema.

Mentre camminava, una mucca lo aveva colpito. In India, perfino nelle città, le mucche vanno e vengono, ma questa quando lo vide si lanciò verso di lui e con le corna lo gettò a terra. Lui pensò: “Perché questo? Ho accettato l’ordine di rinuncia per predicare, allora perché è arrivato questo rovescio per buttarmi a terra?”

Ma più avanti affermò che quelle cose erano buone, e le vide come misericordia di Krishna. Barcollando nei 40 gradi di caldo, cercava di vendere i Back to Godhead perfino nell’atmosfera da forno del mezzogiorno di Delhi.

Recentemente una persona era morta per il caldo, ma Abhay nonostante il caldo stava distribuendo i BTG. Mentre barcollava, un uomo che passò in auto lo notò, si fermò e lo portò da un medico.

Senza sosta, oltre il corpo e il clima intenso, Abhay non se ne curava molto, anche se lo avevano avvertito. Andò avanti a predicare.

Spedì delle copie di Back to Godhead alle persone dell’Occidente con una lettera: “Voi avete così tanta ricchezza, ma la pace della mente non è in vostro controllo.” Mandò delle copie al Presidente dell’India: “Non pensate che io sia matto quando dico che andrò da Dio. E’ veramente possibile per tutti, per ognuno di noi.”

All’ufficio postale un membro dell’Arya Samaj lo criticò: “A cosa serve parlare di Dio?”

Ogni copia riportava le verità dei saggi Vedici e le esperienze di Prabhupada nel predicare nelle strade e nell’incontrare molti tipi di speculatori.

Un uomo vide il titolo e lo sfidò: “Dov’è Dio? Mi puoi far vedere Dio?”

Nel numero successivo apparve un articolo con la risposta di Abhay: “Vedere Dio non è così a buon mercato.”

Al giugno 1956 mille copie al mese, otto numeri consecutivi tutti scritti e distribuiti con le sue mani. L’India era così caduta – in migliaia avevano accolto Lord Mountbatten all’aereoporto di Delhi- come anche lo Scià di Persia e il Segretario di Stato Dulles- ospiti d’onore a Delhi. Gli indiani applaudivano, senza curarsi del loro Visnujana, Prabhupada.

Non sapevano, non si interessavano, non badavano a lui. Nella terra di Krishna e di Rama la vera religione era ignorata in favore delle fugaci lucciole di Maya. Prabhupada se lo aspettava,

Mandah sumanda matayo.

Andò avanti e andò fuori dai sentieri battuti, per cercare l’uno tra i milioni, e nonostante questo, tutti quelli che incontrava erano benedetti dal suo contatto.

Anche solo uno suo sguardo o toccare il suo giornale li avrebbe potuti salvare dalle più grandi paure.

Tale è la potenza della predica del Mahabhagavata.

Satsvarupa das Gosvami

(Remembering Srila Prabhupada)

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