Accettare i propri limiti

Dare il meglio di noi stessi può richiedere una valutazione onesta dei nostri punti forti e di quelli deboli.

Tutti abbiamo dei limiti, delle cose che non possiamo fare bene o che non possiamo assolutamente fare. Riconoscere i nostri limiti è vitale per accettarsi, ed è essenziale per evitare delle emozioni negative come il risentimento e l’invidia. Accettandoci così come siamo possiamo concentrare le nostre energie per creare una vita migliore entro i limiti posti proprio dai nostri limiti.

Ma come possiamo arrivare ad accettarci? Perché è così difficile? Analizzeremo tutto ciò basandoci su un episodio del Ramayana.

La capacità di ammettere la nostra incapacità si chiama umiltà

Il Ramayana descrive un episodio nel quale le scimmie che servivano Rama dovettero fare i conti con i propri limiti. Nel cercare Sita, avevano dovuto superare molte prove pericolose e poi finalmente seppero dove si trovava: era prigioniera del demoniaco re Ravana nella sua fortezza sull’isola di Lanka. Urlando di gioia corsero verso l’oceano. Ma quando arrivarono sulla costa e videro l’oceano che si estendeva all’infinito il loro entusiasmo crollò. Come avrebbero potuto attraversare l’oceano? Si guardarono tra di loro con crescente apprensione. Anche se volevano servire Rama e raggiungere Sita per trasmetterle il suo messaggio, si resero conto che non potevano attraversare l’oceano. Per cercare di rafforzare il loro spirito di gruppo, Angada, il loro giovane leader, disse: “Sono sicuro che molti di noi possono superare questo oceano. Ditemi scimmie, chi tra di voi può farcela?”

Esitanti, varie scimmie iniziarono a parlare delle loro capacità, ma nessuna di loro poteva riuscire a saltare fino a Lanka. Jambavan, il membro più anziano del gruppo, disse: “Quando ero giovane, potevo volare per tutta la Terra. Ma ora sono invecchiato, e non riesco a raggiungere Lanka.” Poi Angada disse: “Io potrei farcela a saltare fino a Lanka, ma non so se avrò la forza di tornare indietro.”

Jambavan rispose immediatamente: “Tu sei il nostro principe. Non dovresti andare tu; dovrebbe andare uno di noi. Ma chi?” La domanda turbava e scoraggiava tutte le scimmie.

Durante tutta questa discussione, Hanuman rimase in silenzio. Il modo in cui Jambavan gli ricordò la sua fenomenale abilità e di come riuscì in questa missione impossibile è un’altra storia. Ora atteniamoci al fatto che le scimmie, nonostante fossero determinate a fare del loro meglio e fossero in missione per servire Dio, avevano comunque dei limiti. Tutte ebbero l’onestà di ammettere la loro incapacità. In effetti, la capacità di ammettere la nostra incapacità può essere definita umiltà.

Infrangere i limiti ed essere infranti dai limiti

La cultura odierna spesso esalta il fatto di andare oltre tutti i nostri limiti e raggiungere l’impossibile. Alcuni dicono che “Il cielo è il limite”. Altri, con uno spirito competitivo, per abbattere ogni limite dicono: “Neanche il cielo è il limite; andiamo oltre il cielo e conquistiamo lo spazio.”

Questi slogan sembrano meravigliosi. A volte possono aiutarci a far uscire il meglio di noi stessi. Nel corso della vita, tutti tendiamo a rimanere in una situazione comoda e ad evitare le cose difficili. Con questa letargia, questo autocompiacimento, potremo non utilizzare le nostre forze nascoste. La storia mostra che molte persone, grazie al loro impegno hanno raggiunto molti traguardi che erano ritenuti impossibili.

Anche se possiamo andare oltre le nostre possibilità, non possiamo estenderci illimitatamente. Proprio come un elastico si rompe quando viene allungato troppo, anche noi ci rompiamo se cerchiamo indiscriminatamente di fare l’impossibile. Se riusciamo a sollevare 25 kg ma proviamo a sollevarne 50 potremmo facilmente romperci le ossa.

Accettare i nostri limiti è relativamente più facile quando riguarda dei compiti fisicamente tangibili come il sollevare dei pesi. Ma è molto più difficile quando i parametri non sono così chiaramente quantificabili. Potremmo lanciarci in cose per cui non siamo adatti, credendo di poter fare qualsiasi cosa se solo lo vogliamo. Questa convinzione ci mette in rotta di collisione con la realtà. Se siamo stati portati a credere che possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma poi ci ritroviamo incapaci di fare una certa cosa, potremmo concludere che c’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato in noi. Consideriamo la nostra incapacità non solo come una limitazione circostanziale, ma come un difetto centrale nella nostra identità. Questa percezione negativa di noi stessi può portare alla depressione, a un complesso di inferiorità e a impulsi suicidi.

Oggi la cultura spesso apprezza le persone che perseverano con ostinazione e fanno sì che la vita si pieghi alla loro volontà. Certo, una volontà forte è una caratteristica della grandezza, ma non è l’unica. Quando la vita dice di no, anche accettare la cosa serenamente è una caratteristica di grandezza. A lungo termine, la capacità di affrontare con costanza i rovesci della vita può trasformarsi in una grandezza duratura, più che far cambiare la vita secondo il nostro volere.

Lo spirito di squadra nella competizione

Se paragoniamo la vita a uno sport, allora la vita è in gran parte uno sport di squadra, non uno sport individuale. La maggior parte delle responsabilità o delle aspirazioni importanti nella nostra vita richiedono il coinvolgimento attivo di altre persone. Supponiamo di lavorare a un grande progetto in cui deve essere fatto qualcosa di molto importante. Questo non significa necessariamente che saremo noi a farlo. In una squadra, tutti abbiamo i nostri particolari ruoli da svolgere. Durante alcune fasi della partita della vita, potremmo avere dei ruoli meno importanti di altri. Se tutti pretendiamo di avere il ruolo più importante, soprattutto quando non ne abbiamo le capacità necessarie, finiremo per danneggiare noi stessi e la nostra squadra.

Supponiamo che una delle scimmie che non aveva la capacità di saltare attraverso l’oceano avesse affermato di avere quella capacità. Anche se avrebbe potuto ottenere il riconoscimento speciale di aver fatto quello che nessun altro poteva fare, alla fine sarebbe finita in fondo all’oceano e il traguardo di squadra di trovare Sita sarebbe stato ritardato o addirittura bloccato. Per prevenire questi inutili fiaschi, le scimmie avevano bisogno di mettere al primo posto il loro traguardo e lo spirito di squadra. Ed è quello che hanno fatto.

Certo, viviamo in un mondo competitivo. Con le nostre ambizioni potremmo voler aver bisogno di affermare la nostra pretesa di essere migliori degli altri. Ma se in realtà non fossimo i migliori, potremmo illuderci facilmente. Avere l’ambizione di cambiare la realtà può andar bene, ma essere avventati e negare la realtà no. Per quanto possa sembrare contro-intuitivo, accettare i nostri limiti può darci potere, perché evita la nostra negazione della realtà. Anche se la realtà è mutevole, non è negabile.

Quando ci troviamo in situazioni in cui i nostri limiti ci bloccano, possiamo rispondere in vari modi, molti dei quali possono essere sbagliati. Uno di questi modi è la negazione della realtà. Possiamo dire agli altri o persino far credere a noi stessi di poter fare delle cose che non possiamo fare. Ma negando la realtà, non la cambiamo; ci stiamo semplicemente preparando a uno scontro con essa, per poi finire male.

Meglio accettare la realtà, non in uno stato d’animo di sconfitta, ma con quello di sospendere le ostilità per poter riprendere più efficacemente la lotta in un momento più favorevole. Accettare la realtà blocca la nostra inutile lotta contro l’immutabile presente e libera la nostra energia per poter cambiare il futuro.

Se per migliorare facciamo quello che possiamo fare ora, poi potremmo diventare così bravi da poter fare quello che non possiamo fare ora. Ma anche se non diventassimo mai così bravi per poter fare una particolare cosa, continueremo a migliorare quello che stiamo facendo ora. E quella disciplina ci preparerà a sfruttare meglio delle opportunità future.

E’ di fondamentale importanza il traguardo di squadra. Dobbiamo portarlo avanti, anche se il motore di essa è qualcun altro. Se la sua esperienza porta la squadra al successo, anche noi come membri della squadra avremo successo. In seguito, quando si presenterà qualche opportunità nella nostra nicchia, anche noi potremmo essere in grado di svolgere un ruolo di primo piano.

Giochiamo per la squadra, non per la gloria

Nonostante i loro particolari limiti, le scimmie avevano una grande forza: erano concentrate nel servire Rama, e non nel prendersi il merito di aver reso il servizio più visibile per Rama. Allo stesso modo, se ci concentriamo sul quadro più ampio di quello che vogliamo ottenere insieme e perché, non ci lasceremo trasportare dall’impulso di essere noi l’obbiettivo unico e principale.

Durante la guerra, tutte queste scimmie fecero il loro meglio; combatterono eroicamente e resero un grandissimo servizio a Rama. Ma poterono vedere quel giorno vittorioso, persino essere vivi per vedere quel giorno, perché avevano accettato la realtà che non potevano saltare attraverso l’oceano.

L’essere disposti ad accettare quello che non potevano fare li aveva resi liberi di fare quello che potevano fare, anche in quel momento. Quando Hanuman si ricordò del suo grande potere e balzò a Lanka, le scimmie non rimasero a guardare. Decisero di aiutarlo facendo austerità e offrendogli i risultati di quelle austerità. Decisero di stare su una gamba sola fino al suo ritorno. Non era una decisione da poco, perché non avevano idea di quanto tempo gli ci sarebbe voluto per tornare. Invece di risentirsi della loro incapacità o invidiare l’abilità di Hanuman, si concentrarono sull’utilizzare tutte le loro abilità per aiutare chi aveva la capacità necessaria per affrontare la sfida.

Se le squadre potessero funzionare con questa sinergia, sarebbero molto più efficaci. Negli sport di squadra, alcuni giocatori sono delle stelle. Ma per farle brillare, gli altri giocatori devono dare loro lo spazio e il supporto necessari. Se gli altri giocatori cercano di usurpare il fuoriclasse, il risultato più probabile sarà che falliranno loro e fallirà la loro squadra. Spirito di squadra significa concentrarsi su come possiamo contribuire al meglio, non su come possiamo essere noi i migliori.

Sii riflessivo, non risentito

Quando ci si presentano dei limiti, possiamo provare del risentimento o essere riflessivi. Se ci risentiamo, con la nostra mentalità negativa aumentiamo i limiti che ci impone la nostra incapacità. Ma se diventiamo riflessivi, possiamo vedere i nostri limiti come un’opportunità. Opportunità per cosa? Per liberarci dai vincoli dell’ego che ci fanno credere di essere quelli che non siamo.

Per andare oltre l’ego, l’auto-comprensione spirituale può essere particolarmente potente. La conoscenza spirituale ci aiuta a capire che essenzialmente siamo degli esseri spirituali. Ognuno di noi parte del Tutto. E quel Tutto coinvolge tutti noi in un lavoro di squadra, come in un’orchestra. In questa squadra, tutti abbiamo il nostro ruolo e il nostro compito, commisurati alle nostre capacità. La Bhagavad Gita infatti ci esorta due volte (3.35, 18.47) ad attenerci al nostro ruolo e a non compiere i ruoli degli altri solo perché ci sembrano migliori.

In definitiva, tutte le abilità provengono dal Tutto (Bhagavad Gita 7.8). Quando ci sforziamo di vivere in armonia con il Tutto, dall’interno ci viene data l’intelligenza per agire con saggezza (Bhagavad Gita 10.10). Con la guida interiore, possiamo capire meglio quali limiti raggiungere e in quali vivere, e di conseguenza, quando svolgere un ruolo di supporto e quando assumere un ruolo di primo piano.

Facendo la nostra parte, la nostra vita assume veramente un senso e questo è molto più gratificante di quell’euforia momentanea che proviamo dopo un occasionale successo, che può o non può capitarci regolarmente. Quando facciamo la nostra parte con uno stato d’animo di servizio al Tutto, proviamo un sublime appagamento spirituale. Quando Hanuman tornò vittorioso dopo aver incontrato Sita, tutte le scimmie lo festeggiarono; il suo successo era anche il loro successo.

Così realizzati, capiamo gradualmente che quello che conta di più non dipende dalle nostre capacità; dipende dalla nostra coscienza, dal nostro carattere, dal nostro impegno, cose che possiamo sviluppare nonostante le nostre incapacità. Così accettandoci per quello che siamo al momento, possiamo concentrare le nostre energie per diventare il meglio che possiamo essere.

Chaitanya Charana das

(dal sito Krishna.com)

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