Una caduta da cavallo

 

Avete mai provato la sensazione di volare in alto e poi trovarvi per terra? Quando avevo 12 anni sono caduto da cavallo. Ero senza fiato, disperatamente senza fiato. Il mio maestro di equitazione mi disse: “Rimettiti subito in sella e riprova ancora” Ma io riuscivo a malapena a respirare e pensai: “Neanche per sogno!” Ma lui ha continuato, completamente convinto: “Se non sali in sella adesso, non cavalcherai mai più un cavallo!”. Ho percepito la saggezza della sua affermazione, mi sono fatto coraggio e sono risalito a cavallo, e tutto è andato avanti senza problemi.

Lo stesso principio si applica alla gestione delle emozioni negative come sensi di colpa, rabbia, invidia, lamento, paura o depressione. Se ci troviamo in una spirale verso il basso, dobbiamo rialzarci subito e andare avanti. Al momento può essere difficile, ma se facciamo così, diventa più facile, e diventa quasi impossibile continuare se non lo facciamo.

Pensiamo a cosa succede quando i devoti a volte cadono in disgrazia e si sentono in colpa. Possono auto-flagellarsi, pensando che sia un rito necessario per tornare a uno stato di grazia. Oppure possono crogiolarsi nei lamenti e rifugiarsi nel tamo-guna. O possono mettersi sulla difensiva e cercare di rinforzare il più possibile la loro autostima e così ingannare sé stessi.

Sono stato con dei devoti in quelle condizioni, e spesso il loro problema è l’insicurezza. Rafforzare il sentimento di autostima di un devoto è importante per riportarlo in una posizione nella quale può riprovare a farcela. L’accettazione gioca un ruolo importante in questo sforzo, anche se esiste un elemento più sottile. Il devoto deve sentirsi accettato e non in modo condiscendente. L’energia materiale è molto forte, molti sadhaka possono scivolare dal sentiero e allora avranno bisogno di amicizia, di comprensione e di incoraggiamento per poter continuare ad andare avanti.

Ci sono ulteriori punti da considerare riguardo la caduta da uno stato di grazia e la risposta che un devoto dà in quella situazione.

yadi kuryat pramadena yogi karma vigarhitam yogenaiva dahed amho nanyat tatra kadacana

Se, a causa di una momentanea disattenzione, uno yogi commette accidentalmente un’attività abominevole, allora con la pratica stessa dello yoga dovrebbe ridurre in cenere la reazione del peccato, senza mai impiegare nessun’altra procedura.

(Bhag. 11.20.25)

Il termine yogena si riferisce al jnana-yoga e al bhakti-yoga, in quanto entrambi hanno il potere di ridurre in cenere il karma. La parola amhas o “peccato” si riferisce a una caduta accidentale che è avvenuta contro la propria volontà. Invece l’abuso premeditato della misericordia del Signore è molto più grave. Il Signore proibisce qualsiasi rito di purificazione estraneo alla bhakti, in quanto i sistemi yoga sono i metodi più purificanti, in particolare il bhakti-yoga. Se rinunciamo alle nostre pratiche devozionali regolari per eseguire un rituale speciale o compiamo una penitenza per cercare di ripulirci da una reazione peccaminosa, possiamo diventare colpevoli di un’ulteriore colpa, quella di considerare il karma superiore alla bhakti. Ci si dovrebbe rialzare da una caduta accidentale e continuare con entusiasmo i propri doveri devozionali senza scoraggiarsi. Ma ci si dovrebbe anche pentire; altrimenti non ci sarà purificazione. Ma se si diventa eccessivamente depressi per una caduta accidentale, non si avrà l’entusiasmo di continuare sul sentiero della devozione.

Ecco un’interessante dichiarazione di un confratello di Srila Prabhupada, Sripada B.R. Sridhara Maharaja su questo tema. E’ filosoficamente profonda e anche salutare per chi è stato stati abusato e ferito mentre cercava di dedicarsi alla missione di Mahaprabhu all’interno di qualsiasi organizzazione.

“In complesso dobbiamo pensare che non possiamo attribuire alcuna colpa agli altri, ed è proprio così. Siamo noi i responsabili delle nostre disgrazie, della nostra condizione caduta. E anche il percorso verso l’auto-miglioramento è simile: dobbiamo imparare a criticarci e ad apprezzare l’ambiente in cui ci troviamo. Il nostro apprezzamento dovrebbe andare specialmente per Krishna e per i Suoi devoti, e poi gradualmente per tutti gli altri. Egli non ha dato a nessuno l’autorità di farci del male. Se questo ci appare così, è solo superficiale e fuorviante. Che chiunque possa fare del male a qualcun altro è fuorviante. È vero solo su un piano superficiale. Naturalmente, questo non giustifica il far del male agli altri o l’ignoranza dell’oppressore, ma dal punto di vista assoluto non c’è danno. Quando raggiungeremo lo stadio più elevato della devozione, vedremo che ogni cosa è favorevole e che la nostra ansia era fuori luogo. Era un equivoco.”

(L’Amorosa ricerca del servitore perduto pp. 21–22)

All’inizio dell’ISKCON Srila Prabhupada dovette superare molti problemi. Iniziò dal nulla e dovette affrontare tutte le l’immaturità, le follie e i problemi di migliaia di devoti alle prime armi. La sua tolleranza fu incredibile. Ecco un passo importante, tratto da una lettera che scrisse ad Atreya Rsi Dasa nel febbraio del 1972:

“Non è tanto perché potrebbero esserci dei difetti nei nostri confratelli e consorelle, o perché potrebbe esserci qualche cattiva gestione o mancanza di cooperazione, che questo sia causato dall’essere degli impersonalisti, no. È nella natura della vita condizionata avere sempre qualche difetto. Anche nel mondo spirituale ci sono dei difetti ed esiste l’invidia. A volte le Gopi litigano per avere il favore di Krishna, e una volta Krishna è rimasto così attratto da Radharani che per errore cercò di mungere un toro invece di una mucca. E a volte quando le Gopi si truccavano e mettevano un bel vestito per vedere Krishna, erano così di fretta che si spalmavano la kumkuma e il mascara nei posti sbagliati e mettevano i loro ornamenti e i vestiti che sembrava come fossero state dei bambini che cercano di vestirsi da soli. Ci sono molti esempi. Ma non è come la colpa materiale o l’invidia materiale, è trascendentale, perché è tutto basato su Krishna. A volte, quando una Gopi serviva Krishna molto bene, le altre dicevano: ‘Oh, è stata così brava, ora fatemi fare ancora meglio per poter soddisfare Krishna.’ Questa è invidia, ma è trascendentale, senza malevolenza. Quindi non dobbiamo aspettarci un’utopia. E’ questo piuttosto l’impersonalismo. Le persone non dovrebbero aspettarsi che anche nella Società per la Coscienza di Krishna ci sia l’utopia. Poiché i devoti sono persone, ci sarà sempre qualche mancanza. Ma la differenza è che le loro mancanze, poiché hanno rinunciato a tutto per servire Krishna – denaro, lavoro, reputazione, ricchezza, buona educazione -tutto – le loro mancanze sono diventate trascendentali perché nonostante tutto quello che avrebbero potuto fare, la loro vera intenzione è dedicarsi a Krishna. ‘Colui che è impegnato nel servizio di devozione, anche se compisse gli atti più abominevoli, deve essere considerato santo perché sulla via perfetta’.”

“I devoti di Krishna sono le persone più elevate di questo pianeta, migliori dei re, tutti quindi dovremmo sempre ricordarcelo e, come il calabrone cerca sempre il nettare dei fiori, noi dovremmo sempre cercare le migliori qualità nelle persone. Non come gli utopisti, che sono come le mosche che vanno sempre nelle ferite aperte o trovano i difetti in una persona, e perché non trovano l’utopia o perché non trovano nessuno senza difetti, vogliono diventare un nulla e diventare privi di personalità. Quindi, se a volte ci sono dei lievi disaccordi tra devoti, questo non è dovuto all’impersonalismo, ma è perché sono persone, e tali disaccordi non dovrebbero essere presi molto sul serio. Il devoto è sempre pessimista riguardo il mondo materiale, ma è molto ottimista riguardo la vita spirituale; quindi in questo modo dovresti considerare che chiunque sia impegnato al servizio di Krishna è sempre la persona migliore.”

Srila Prabhupada una volta disse che la vita spirituale è difficile, ma la vita materiale è impossibile. Quindi un devoto deve essere sempre tollerante e guardare il lato positivo delle cose. Se ci si aspetta troppo da qualsiasi organizzazione spirituale, e si cerca la perfezione in tutte le relazioni, si rimarrà delusi. Se poi si vuole diventare un nulla, o fondersi, questo è impersonalismo. In altre parole, l’impersonalismo si nasconde in ogni angolo, sia escludendosi ciecamente, per evitare la varietà dei rapporti personali, compresi i difetti, o vedendo sempre i difetti e concentrandosi eccessivamente su di essi; entrambe queste attitudini indicano e generano l’impersonalismo. La guarigione avviene praticando il fatto di essere personali, e questa pratica porta naturalmente un devoto al punto di essere personale. Quindi, essere personali è sia il mezzo che il fine.

(Tratto dal libro di Purnachandra Goswami, Hidden obstacles on the path of devotional service)

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