50 anni fa, Missione Pakistan

Brahmananda (in mezzo) con Srila Prabhupada

Si dice di quanto sia importante l’istruzione del maestro spirituale e che un discepolo dovrebbe fare di quell’istruzione lo scopo, la ragione della sua stessa vita. A volte pare impossibile farcela, ma si può almeno tentare, ed è quello che fecero Gargamuni Prabhu e Brahmananda Prabhu, due discepoli di Srila Prabhupada.

Srila Prabhupada disse loro di andare in Pakistan, un Paese musulmano, a portare la coscienza di Krishna. Ma dopo breve tempo la situazione politica tra India e Pakistan si deteriorò e si poteva percepire l’imminenza di un conflitto armato. Srila Prabhupada allora cambiò idea e spedì loro una lettera: “Non partite!” Ma i suoi devoti erano già in viaggio e non la ricevettero…

Gargamuni das (a sinistra) con Srila Prabhupada

Nel gennaio del 1971 Gargamuni, che riusciva sempre a trovare dei fondi, prese un volo per Dacca, proprio nel momento in cui nel Pakistan orientale erano scoppiate delle violenti ostilità. Il traguardo del governo era di fermare i contrasti politici e il genocidio degli indù bengalesi, e questo avrebbe richiesto un ingente numero di forze militari. Sfortunatamente Gargamuni si trovò ad essere proprio nel mezzo di questa terribile situazione e a sperimentare una difficoltà dopo l’altra. Era una zona di guerra e la sua vita era in pericolo. Alla fine si rifugiò nel tempio della Gaudiya Math di Dacca, che era stato fondato da Srila Bhaktisiddhanta Sarasvati negli anni 30. Ma perfino lì non c’era rifugio. Una notte un carro armato prese a cannonate il tempio e lo fece a pezzi e Gargamuni fu uno dei pochi che riuscì a fuggire. L’Ambasciata americana stava evacuando tutti i cittadini americani con dei voli speciali da Dacca a Karachi e così Gargamuni riusci a uscire dal Pakistan orientale.

Brahmananda aveva poco denaro. Era arrivato a New York dalla Florida con 25 dollari. Dopo un paio di settimane, Bhavananda, il devoto che si occupava del tempio di New York, gli diede un biglietto aereo per Londra. In Inghilterra, Brahmananda rimase circa un mese per poter preparare il suo viaggio finché Mukunda gli acquistò un biglietto aereo per Parigi. Una volta arrivato a Parigi si fermò con Harivilas per dare una mano ai devoti che erano reduci da un rigido inverno e vivevano in un appartamento freddo e poco illuminato. Harivilas gli procurò un biglietto ferroviario sul famoso ‘Orient Express’ che andava a Istambul, dove arrivò con soli 75 dollari che dovevano bastare per tutte le sue necessità. A questo punto la vita diventò difficile per Brahmananda e per il suo assistente brahmacari Jagannivas, perfino il cibo era scarso. Da Ankara attraversò la Turchia in treno e mentre era in Turchia si fermò per presentare la Coscienza di Krishna agli studenti di una università locale. Ma a un certo punto venne incarcerato in una remota regione della Turchia orientale dove pendeva su di lui una condanna a 14 anni di reclusione perché “Stava predicando il cristianesimo”; ogni volta che diceva ‘Krishna’, pensavano che dicesse ‘Cristo’. Il carcere turco era un inferno, dove soffrì di abusi e violenze. Ma vi rimase poco. In qualche modo lo liberarono ‘temporaneamente’ e quindi prese velocemente un autobus, attraversò l’Iran e l’Afghanistan e arrivò a Peshawar, in Pakistan. Aveva in tasca meno di cinque dollari. Sentiva la misericordia del suo maestro spirituale e si fermò a Lahore e cominciò a cantare il Santo Nome e a tenere delle conferenze nelle università. Ma tutto finiva sempre con degli alterchi.

“Mi sedevo sotto un albero in un parco e cantavo il Santo Nome e le persone mi si avvicinavano e di forza mi grattavano via il tilak dalla fronte. Nelle strade le persone mi sputavano in faccia. Prabhupada ci aveva detto di essere tolleranti, così lo ero. Feci conoscenza con delle persone della classe media, ma mi dissero: “Ci piaci, ma odiamo il tuo abito.” Venivo considerato un agente di Indira Gandhi. Poi un vecchio ufficiale dell’esercito in pensione che era diventato mio amico mi si fece vicino e mi avvisò che volevano assassinarmi: “Quando andrai al mercato per comprare delle verdure, ti si avvicineranno da dietro e ti prenderanno a coltellate. Non riuscirai nemmeno ad accorgertene.”

Brahmananda si rifugiò a Karachi. Anche lì tentò di condividere quello che sapeva all’Università, ma poi si ritrovò con gli stessi problemi, veniva ridicolizzato e espulso. Dopo un po’ arrivò alla sede locale della YMCA (Young Men’s Christian Association, un’organizzazione cristiana ecumenica che mira a fornire supporto ai giovani e alle loro attività) e mentre si trovava lì venne a sapere di un’altra persona vestita come lui che frequentava l’Università e stava all’hotel Intercontinental. Che fosse Gargamuni? Aveva perso ogni contatto con lui. Ma perché era a Karachi? In ogni caso Brahmananda non riuscì a rintracciarlo perché di solito Gargamuni si muoveva velocemente e quando Brahmananda arrivava, lui era sempre “appena andato via”. Poco dopo comprese che suo fratello (Gargamuni e Brahmananda sono fratelli) era stato lì e poi era partito per Bombay. Ma Brahmananda rimase in Pakistan per eseguire l’ordine del suo guru. Era maggio e la temperatura salì a 50 gradi. Costantemente colpito da colpi di sole, da disidratazione e dissenteria, cercò di entrare in una scuola musulmana che sfamava i seguaci occidentali. Pensava che sarebbe stato possibile parlare agli studenti di teologia, perché erano gia interessati a Dio e alle questioni filosofiche. Ma essi sospettavano di lui per via del suo abito da indù. Per parlare loro in modo efficace aveva studiato il Corano, in quanto parlare dalla Bhagavad-gita era troppo per i musulmani. Niente da fare. A volte mostrava agli studenti la sua copia del Nettare della Devozione scritto da Prabhupada nel quale vengono menzionati dei nomi musulmani, Dabira Khas (Sanatana Gosvami) e Sakara Mallik (Rupa Gosvami), ma nulla sembrava funzionare.

Alla fine lasciò il mondo musulmano e prese rifugio tra gli indù. Poi scrisse al suo vecchio amico Mukunda che si trovava a Londra, per chiedergli dove si trovasse il loro maestro spirituale. La risposta arrivò per lettera e conteneva un indirizzo di Bombay. Anche se Prabhupada si trovava spesso in luoghi diversi e stava nelle case delle persone che lo ospitavano, Brahmananda scrisse all’indirizzo menzionato nella lettera per presentare al suo maestro una relazione sul suo operato o meglio della mancanza di esso in Pakistan. Arrivò una risposta da Shyamasundara, il segretario di Srila Prabhupada che diceva che il suo guru era deluso del fallimento di Brahmananda e che se non poteva cambiare la situazione avrebbe dovuto tornare in America. Dopo aver ricevuto questa lettera, Brahmananda si sentì molto depresso. Pensava a come avrebbe potuto soddisfare il suo maestro, ma sapeva che in un Paese prevalentemente islamico sarebbe stato quasi impossibile.

Nel frattempo i giornali di Karachi avevano pubblicato un articolo nel quale si diceva che quattro missionari Hare Krishna erano stati imprigionati e fucilati. Queste false notizie erano un fatto comune in quel periodo di propaganda anti indiana. Questa notizia venne ripresa dai quotidiani di Bombay e poi si diffuse in Oriente. Inevitabilmente venne letta a Srila Prabhupada che rimase molto turbato e scrisse al suo discepolo Karandhara: “Oggi, per tutto il giorno….è stata una giornata piena di ansietà perché ho ricevuto delle notizie molto brutte dal Pakistan. In un giornale locale è stata pubblicata la notizia che quattro nostri missionari del Movimento Hare Krishna sono stati uccisi a Dacca da dei soldati pakistani. Sono molto ansioso di avere notizie di Brahmananda. Gli avevo consigliato di non andare in Pakistan dopo che era iniziata la guerra civile, ma temo che sia andato ugualmente, per la sua natura temeraria e contro la mia istruzione. Sono molto, molto preoccupato di avere notizie di Brahmananda. Sono stato in ansietà tutto il giorno e lo sono ancora adesso. Se ti è possibile fai una ricerca e fammi sapere qualcosa tramite un telegramma.”

Karachi è a 800 chilometri da Bombay, un’ora di volo. Brahmananda stava cercando disperatamente di andarci, non solo perché la predica in Pakistan era troppo difficile, ma per fugare i timori del suo guru riguardo la sua morte. “Avevo cercato di capire come poter andare per mare perché per poco prezzo le barche da pesca portavano i profughi a Bombay.” Poi mandò immediatamente un telegramma a Prabhupada nel quale esprimeva i suoi problemi e gli faceva sapere che stava bene. La risposta arrivò subito, con due sole parole e una firma:

Vieni immediatamente. Bhaktivedanta Swami.

Finalmente libero. Il suo guru gli aveva ordinato di tornare a casa. Brahmananda ricorda: “Con il denaro che avevo ricevuto dalle conferenze con gli indù, avevo abbastanza soldi solo per il biglietto aereo. Presi l’ultimo volo della Swiss Air, l’unica linea aerea che volava ancora. Eravamo in giugno e il Pakistan Occidentale si stava preparando per la guerra.” Arrivato a Bombay riuscì a trovare il luogo dove stava Prabhupada, un appartamento situato in un grande complesso sulla Warden Road. Quando entrò nella stanza di Prabhupada, il suo maestro si alzò immediatamente, corse dal suo discepolo che credeva perduto e lo abbracciò. Appoggiò il capo di Brahmananda sul suo petto e mise le sue mani sul suo corpo come un padre protettivo; l’amore di Prabhupada era infinito e includeva tutti.

Le tribolazioni di Brahmananda erano finalmente terminate, così almeno pensava lui. Un discepolo dedicato non ha mai finito, cerca sempre dei modi più intensi e più grandi di servire il proprio maestro spirituale. A proposito di questo, quando due giorni dopo Srila Prabhupada lo chiamò nella sua stanza, era pronto per qualsiasi servizio rischioso gli fosse stato richiesto. Prabhupada cominciò a dire che era contento che lui fosse andato in Pakistan “semplicemente su mio ordine”. Ma dopo gli elogi iniziali, diverse difficili domande fecero comprendere a Brahmananda i suoi limiti come discepolo. “Quanti libri hai dato quando eri lì?” Egli rispose: “Non ne avevo.” Prabhupada annuì. Poi vi fu un’altra domanda: “Quanti abbonamenti al BTG? Perché si possono spedire delle copie da Bombay a Karachi.” Brahmananda abbassò il capo. “Nessuna, Srila Prabhupada.” Sentendo ciò, per Prabhupada fu chiaro che la sua missione in Pakistan era stata un fallimento. Brahmananda ricorda un’analogia che aveva espresso Prabhupada in quella circostanza per far capire che il suo discepolo avrebbe potuto avere successo nonostante le difficoltà: “Quando Prabhupada stava dicendo che avevo fallito in Pakistan usò l’esempio del commerciante che riesce a guadagnare nonostante le fluttuazioni dei prezzi. Quando i prezzi sono bassi, acquista, quando i prezzi sono alti, vende. In entrambi i casi guadagna, sia acquistando che vendendo. Quindi non importa quali siano le condizioni sociali, il devoto se è esperto può diffondere la coscienza di Krishna. E Srila Prabhupada ne è il primo esempio.”

Prabhupada fu molto chiaro riguardo il fatto che Brahmananda non aveva delle valide scuse. Nonostante questo, da puro devoto di Krishna sempre assorto nella luminosa forma del Signore, Prabhupada non indugiava mai nella negatività. Prahupada disse: “Va bene. Adesso prova di nuovo, vai in Africa.” Cosa? Brahmananda non era sicuro di aver sentito bene. Prabhupada proseguì: “Se vai in Africa saremo in tutti i continenti del mondo.” Dopo aver detto queste parole Prabhupada si sedette e fece un sorriso oceanico, quello che i suoi discepoli conoscevano molto bene. Era felice che Brahmananda diventasse il suo emissario in una regione del mondo mai visitata prima.

(dal libro “Swamiji” di Satyaraj das)

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